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Create guida/Introduzione.md authored Sep 17, 2025 by Fabio Castelli's avatar Fabio Castelli
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# Introduzione
L’evento alluvionale che ha colpito la Toscana nel novembre del 2023, insieme ad altri più o meno recenti anche in altre regioni, è stato caratterizzato da una serie di aspetti che, se anche non completamente nuovi, sono risultati ancora più gravi. In particolare, hanno diretta rilevanza per la progettazione di opere e sistemi di opere di mitigazione del rischio idraulico:
1. Intensità di piogge mai osservate prime, e la cui valutazione statistica porta a considerarle come caratterizzate da tempi di ritorno largamente eccedenti 200 o addirittura 500 anni; valutazioni statistiche più approfondite potrebbero quasi sicuramente escludere con ottimi margini di confidenza la casualità di eventi così rari a breve distanza di tempo, se non ipotizzando sensibili cambiamenti nella distribuzione di riferimento, cioè un cambiamento climatico (Mazzoglio *et al*., 2025), come ormai evidente anche in altri paesi (Haslinger *et al*., 2025).
2. La fragilità e il frequente collasso di opere longitudinali di contenimento delle piene (argini, muri di sponda, etc., Ceccato & Simonini, 2023, Scopetani *et al*., 2024), l’insufficienza dei tombamenti (questo comunque largamente atteso, e.g. Lastoria *et al*., 2021), la scarsa efficacia di opere di laminazione, in particolare casse di espansione, di realizzazione anche recente.
3. L’aumento dei danni conseguenti agli allagamenti, in misura che sembra essere notevolmente superiore alla crescita economica degli ultimi anni, anche tenendo conto della maggiore rarità degli eventi (Paprotny *et al*., 2018, Greenpeace Italia, 2024).
Una forte innovazione nei metodi generali di progettazione delle opere idrauliche è fondamentale per risolvere il problema n.2 (fragilità delle opere), ma anche per mitigare in maniera sostanziale gli effetti dei problemi 1 e 3 (eccezionalità e imprevedibilità ‘statistica’ degli eventi a fronte del cambiamento climatico, aumento dei danni sul territorio). Tale innovazione, da implementare tramite l’emanazione di prescrizioni tecniche regionali per la progettazione ai fini della riduzione del rischio idraulico, deve innanzitutto partire dal superamento di due paradigmi che stanno alla base delle attuali metodologie di progettazione: il riferimento ad eventi di progetto di tipo sintetico e caratterizzati da un tempo di ritorno stimato su ipotesi di stazionarietà; il demandare la gestione del cosiddetto rischio residuo (rischio per eventi di magnitudo superiore a quella di progetto) ad altre opere o sistemi non strutturali. Alla necessità di superare tali paradigmi, chiaramente incompatibili, il primo, con le necessità di adattamento ai rischi climatici (Read & Vogel, 2015), il secondo, con la necessità di integrare effettivamente le singole progettazioni in una efficace strategia di mitigazione del rischio che includa sia interventi strutturali che non, si affianca poi la ulteriore necessità, già sancita ai sensi della Direttiva Alluvioni e ulteriormente messa in primo piano dalle limitate risorse economiche a disposizione per la mitigazione del rischio idraulico, di una attenta e predittiva analisi cost/benefici (Arrighi *et al*., 2018).
In maniera forse semplicistica, ma sufficientemente veritiera, la progettazione ‘per tempi di ritorno’ segue il paradigma secondo cui, per ciascuna tipologia di opera, esiste un tempo di ritorno ottimale come compromesso fra onerosità della realizzazione e rilevanza del rischio residuo (Mays, 2011). Tale paradigma, laddove gli impatti attesi non sono solo sui beni ma anche sulla sicurezza delle persone, porta a definire tempi di ritorno per la progettazione sufficientemente alti da considerare il rischio residuo come un problema da risolvere ‘a valle’ della progettazione (tipicamente tramite i sistemi di allertamento), e quindi di fatto non affrontato nella progettazione stessa.
Tale paradigma entra in crisi principalmente, sia per l’aumento dei margini di incertezza nella stima delle portate di progetto (varianza di stima), sia per la larga imprevedibilità del cambiamento climatico (bias di stima), cioè della non stazionarietà delle distribuzioni di probabilità delle piogge e delle piene (Salas & Obeysekera, 2014). Tali distorsioni di stima si amplificano poi, stante la dinamica di uso del territorio, nell’analisi di costi/benefici.
In paesi che vengono riconosciuti avere maggiore esperienza e attenzione alla gestione del rischio alluvioni, come l’Olanda, la risposta a problematiche analoghe è stata quella di non abbandonare l’approccio tradizionale per tempi di ritorno, ma rivederne la definizione: innanzitutto alzarli per compensare le maggiori incertezze di stima, e poi meglio differenziarli (con valori che possono superare le migliaia o addirittura decine di migliaia di anni) anche in funzione della tipologia di possibili impatti (Slomp, 2016). Anche in tale contesto si riconosce ormai però che adeguare i tempi di ritorno di progetto sia una risposta insufficiente ad un problema che origina prima di tutto ‘dall’incertezza climatica’ ma anche da una esposizione ‘dinamica’ sul territorio. Innalzamenti troppo bassi (in pratica, una semplice revisione degli attuali valori a riferimento della progettazione, ad esempio la duecentennale in Italia) potrebbero risultare insufficienti e richiedere comunque aggiornamenti troppo frequenti, innalzamenti troppo alti (passare ad esempio alla millenaria per tutte le opere idrauliche di protezione delle zone abitate dalle alluvioni, come in Olanda) risulterebbe troppo oneroso per un sistema che già stenta a spende per le opere di difesa dalle alluvioni ed aprirebbe un enorme problema di impossibilità di adeguamento di molte delle opere esistenti.
Pur dovendo intervenire sulla revisione e adeguamento, più o meno periodico, dei tempi di ritorno, è necessario che il tema del rischio residuo venga comunque affrontato esplicitamente nella progettazione di nuove opere (Menduni *et al*., 2017), ed anche nell’eventuale adeguamento delle principali opere esistenti.
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